Mia madre ha visto Baricco da Fazio ed è rimasta fulminata.
Il fatto è che adesso lei crede che Emmaus sia soprattutto un libro religioso.
Ho provato a raccontarglielo cercando al contempo di non deluderla.
Ma lei si è convinta sempre più, sottolineando alcuni elementi che le tornavano giusti in questa spiegazione (Andre è il diavolo tentatore, é importante che il romanzo finisca in una chiesa, con una Messa...)
Che dire? E se avesse ragione lei?
mercoledì 11 novembre 2009
martedì 10 novembre 2009
Emmaus Baricco, 2
Poi questo: le operazioni nostalgia. Ne abbiamo lette tante ed erano fatte tutte più o meno elencando, piazzando qua e là nella narrazione musiche e canzoni, programmi televisivi, capi di abbigliamento, marche del supermercato, tinelli e notizie del telegiornale...
Qui Baricco fa una cosa molto diversa: ricrea un universo precisissimo, quel tipo di famiglie, in quegli anni, con quel bagaglio di cultura e valori: quello. Ma non ci sono oggetti, non ci sono canzoni d’epoca, pantaloni o polacchine: eppure la descrizione è perfetta, profondissima, coglie nel segno, dice esattamente quello che serve.
Poi ancora: forse ha intuito bene il senso della storia Daria Bignardi, forse davvero il protagonista del romanzo è il noi che diventa io, un noi dal quale si staccano mano mano gli io, ognuno va a vivere la sua diversa storia; oppure di più: è che proprio siamo noi, prima, perché siamo un indistinto insieme di possibilità che mano a mano prende forma: e Bobby prima, poi Luca, poi Il santo sono rappresentazioni di quel che poteva essere se avessi preso una strada diversa, di quel che ho superato, di quella esperienza che mi ha indirizzato definitivamente in una direzione o in un’altra.
Poi alla fine: erano anni che aspettavo che qualcuno raccontasse una cosa che esiste veramente per moltitudini di persone: la religione dentro la vita di tutti i giorni, che chissà perché vigliaccamente scompare quasi sempre nelle narrazioni, come se si avesse timore a scandagliare nei gesti e nei perché di preghiere, riti, valori, gesti onnipresenti nel quotidiano di tanti di noi.
Qui Baricco fa una cosa molto diversa: ricrea un universo precisissimo, quel tipo di famiglie, in quegli anni, con quel bagaglio di cultura e valori: quello. Ma non ci sono oggetti, non ci sono canzoni d’epoca, pantaloni o polacchine: eppure la descrizione è perfetta, profondissima, coglie nel segno, dice esattamente quello che serve.
Poi ancora: forse ha intuito bene il senso della storia Daria Bignardi, forse davvero il protagonista del romanzo è il noi che diventa io, un noi dal quale si staccano mano mano gli io, ognuno va a vivere la sua diversa storia; oppure di più: è che proprio siamo noi, prima, perché siamo un indistinto insieme di possibilità che mano a mano prende forma: e Bobby prima, poi Luca, poi Il santo sono rappresentazioni di quel che poteva essere se avessi preso una strada diversa, di quel che ho superato, di quella esperienza che mi ha indirizzato definitivamente in una direzione o in un’altra.
Poi alla fine: erano anni che aspettavo che qualcuno raccontasse una cosa che esiste veramente per moltitudini di persone: la religione dentro la vita di tutti i giorni, che chissà perché vigliaccamente scompare quasi sempre nelle narrazioni, come se si avesse timore a scandagliare nei gesti e nei perché di preghiere, riti, valori, gesti onnipresenti nel quotidiano di tanti di noi.
lunedì 9 novembre 2009
Stabat Mater, Tiziano Scarpa
Pregiudizio verso Scarpa dopo Kamikaze d’Occidente: di quali schifezze, di quali liquidi corporei ci parlerà ancora? Ideuzza arcinota: un talento nascosto, se scovato dal mentore genio, può salvare una esistenza. Nel racconto lungo non accade quasi niente e quello che, accadendo, dovrebbe dare senso al tutto, lo fa in sordina, in una manciata di righe finali. Tutto ciò che precede è un soliloquio un po’ folle. Eppure... se c’è uno steccato fra letteratura e cazzeggio di vanitosi infelici, eccolo: Stabat Mater sta tutto dalla parte della letteratura. Molto molto bello.
Emmaus Baricco, 1
La prima cosa che voglio dire è che mi è piaciuto questo fugace personaggio, che poco appare, che neanche di un nome sembra essere degno, che il protagonista chiama vagamente “quella che allora era la mia ragazza”, la neopatentata che guida tutta rigida senza distogliere gli occhi dalla strada.
Con poco Baricco la disegna.
Sensata e concreta.
Con il volante in mano.
Un tramite tra “noi” e Andre. Che con Andre chiacchiera di saggi di danza e tra loro due, tra le due ragazze, o tra la ragazza e quel qualcosa che Andre rappresenta in questo libro, abissi di linguaggi, cultura, valori e sesso non ci sono.
Una traduttrice, una messaggera, un riferimento, una madre?
L’unica che, quando il gorgo degli eventi tragici si è messo all’improvviso a risucchiare i destini, quando i quattro “noi” hanno goffamente perso l’equilibrio, l’unica che fa una cosa sensata e concreta.
Tiene saldamente il volante in mano. Come fanno le donne insicure alla guida. Rigide, con il volante stretto stretto in mano, non fanno incidenti.
Con poco Baricco la disegna.
Sensata e concreta.
Con il volante in mano.
Un tramite tra “noi” e Andre. Che con Andre chiacchiera di saggi di danza e tra loro due, tra le due ragazze, o tra la ragazza e quel qualcosa che Andre rappresenta in questo libro, abissi di linguaggi, cultura, valori e sesso non ci sono.
Una traduttrice, una messaggera, un riferimento, una madre?
L’unica che, quando il gorgo degli eventi tragici si è messo all’improvviso a risucchiare i destini, quando i quattro “noi” hanno goffamente perso l’equilibrio, l’unica che fa una cosa sensata e concreta.
Tiene saldamente il volante in mano. Come fanno le donne insicure alla guida. Rigide, con il volante stretto stretto in mano, non fanno incidenti.
venerdì 6 novembre 2009
cartapesta
Alle dieci meno qualche minuto Concetta cercò la cornetta del telefono cordless. Prima il divano del soggiorno, sprofondata base di appoggio per telecomandi, joystick e auricolari con i fili ingarbugliati sotto i cuscini e bricioline di biscotti e pizza e cereali tostati scivolati nelle pieghe dei braccioli e intrappolati per settimane.
I letti dei ragazzi, poi, in mezzo ai libri e alle felpe abbandonate sui copriletti con una manica dentro e una fuori; quindi sotto i letti, fra qualche immancabile calzettone acquattato da giorni.
E il letto grande, che in qualunque altra casa era tempio inviolato di copriletto teso e qui invece era ring di cuscini reggicollo, computer di sbieco, libri, penne, appunti, un pettine, un elastico per capelli, un telefonino.
La trovò infine, stranamente ben riposta sulla sua base, e pigiò i numeri, il ritornello di beep che la separavano da Silvana; attese, visualizzando nella mente la cucina ordinatissima a chilometri troppi di distanza, e il silenzio prenotturno, che seguiva a un silenzio di un lungo pomeriggio, interrotto da una suoneria idiota, impostata da qualche nipote di passaggio, e tanto la nonna non avrebbe nemmeno provato a capire come poter riprogrammare una suoneria meno scema.
La conversazione cominciava con come stai, perché le potesse arrivare chiaro da subito il messaggio che anche quella seconda o terza telefonata della giornata non era, come tutto poteva far credere, un dovere, ma un volere: volere sapere le condizioni di salute di una mamma sola.
Concetta aveva scelto con cura questo attacco, preferendolo al più disinvolto come va, al più egocentrico sono io. Silvana sembrava reagire come previsto, perché il tono di voce indugiava un momento, compiaciuto, mentre si prendeva il lusso di cercare una risposta più articolata di un generico bene o non c’è male.
Spesso cominciava con insomma che scivolava su un due punti; si sentivano bene i due punti! Seguiva un sospiroso resoconto di dolori di testa, tossi scuotimembra, piedi gonfi, attacchi di diarrea ben descritti nell’insorgere e nell’esplosione finale, difficoltà alla vista.
A volte Concetta, al solo scopo di riempire la conversazione, faceva l’errore banale di proporre rimedi immediati che potessero arginare i disturbi: per esempio sciroppi sedativi che impedissero alla tosse di autoalimentarsi sfiancando i muscoli e turbando il riposo notturno; oppure brevi momenti di relax nel corso della giornata durante i quali stendere le gambe sulla poltrona; un intervento correttivo sul cuscino o sulla postura notturna, probabile causa dell’insorgere mattutino dei dolori di testa; la presa di coscienza di un intestino irritabile o di un inizio di colite su cui intervenire con una dieta mirata; un semplice paio di occhiali.
Allora Silvana ergeva una immediata difesa del suo diritto a stare male e liquidava con quattro parole la spropositata leggerezza dei rimedi proposti, al confronto della serietà dei malanni; accennava con un allusivo abbassarsi del tono ad altri mali, ancora più seri, come a far credere che per bontà d’animo evitasse di parlarne, per non gravare troppo sui sensi di colpa altrui. Quindi virava, come dozzinale performance recitativa, su un tu che mi racconti, volendo malcelatamente dire: cambiamo discorso che tanto siete tutti uguali e non potete capire la mia solitudine e il mio disagio di vecchia, ma tanto prima o poi ci arrivate anche voi e vedrete che significherà non aver dato esempio ai vostri figli di come non si lasciano soli i genitori anziani e pagherete tutto.
Nella seconda parte della telefonata toccava a Concetta, dunque, raccontare. L’esperienza aveva via via suggerito una buona specializzazione nella scelta delle cose da dire, al fine di ottenere il dosaggio migliore fra, da un lato, il filiale resoconto degli eventi fondamentali, e, dall’altro, la difesa dai giudizi ingombranti che Silvana buttava giù, alternandoli a espressioni del tipo forse sono io che sbaglio, sarà che sono diventata vecchia e mia madre nella sua ignoranza diceva che.
A volte, come questa volta, era il caso fortunato che fosse Silvana ad avere qualche episodio che impegnasse almeno cinque minuti, durata di minima decenza per una telefonata fra una madre e una figlia lontana anni e chilometri.
“Ma mamma” Concetta riprese in mano la cornetta, poiché la postura che la teneva in bilico fra collo e spalla e le consentiva di svuotare la lavastoviglie, cominciava a farle dolere i muscoli “io me la ricordo ingombrante sta’ statua, poi chissà quanto pesa”
“Pesa? Ma no... e che vuoi che pesa la cartapesta?”
La statua della madonna che la nonna materna teneva acconciata in un altarino adorno di fiori, nell’angolo d’onore delle due stanze in affitto al piano terra, era solo di cartapesta! Anche gesso le sarebbe sembrato più dignitoso!
Il pavimento della casetta di nonna era un mattonato freddo e scabro e i piedi si scaldavano sulla pedana di legno malandato del braciere; Concetta bambina nei pomeriggi di visita evitava di guardare più di tanto la madonnina troneggiante: se uno ci si fissava, quella faccia liscia con le gote dipinte un po’ di rosso, quelle manine appuntite al fondo di una apertura di braccia arrendevole, la finta postura e l’occhio pittato da bamboletta di scarso valore bastavano a rendere sinistramente fuori posto la statuina, fra il divanetto e la cassapanca.
La vita dei nonni, alla fine, era tutta in quella sala povera: dominavano la scena immagini di santi e madonne, cuori trafitti e volti di cristo, spade, gocce di sangue, raggi dorati, gesti severi, occhi sul vassoio e crocifissi a iosa.
Il quadretto ingiallito dei santi Cosimo e Damiano aveva un posto d’onore, perché la nonna diceva di averli incontrati personalmente, quella volta che aveva portato uno dei bambini in fin di vita al Pronto Soccorso e nessuno le dava retta, tranne quei due medici che erano apparsi all’improvviso in fondo al corridoio.
Poi la faccia del Cristo morente stampata scura scura: Concetta da piccola fissava a lungo l’occhio destro, cioè quello che si era chiuso e riaperto una volta che la nonna chiedeva una grazia, che Cristo ci pensasse un po’ lui e chissà se era per una malattia, un lavoro, un viaggio. Però con Concetta l’occhio se ne era stato immobile stampato.
“Ma dove la metti?” immaginava la madonnina farsi posto fra le pareti dell’appartamento di Silvana, adorne delle foto ufficiali dei figli in abito da sposi e una mescolanza di immagini piccole e grandi di nipoti bambini, in adorabili pose congelate di momenti fugaci di feste familiari.
“Non lo so; da qualche parte la metto. Tuo padre buonanima la voleva; l’aveva detto alla nonna: – quando muori fra centanni non voglio niente ma quella statua della madonna – poi quando è stato il momento se l’è presa zia Carla” e abbassava la voce in un sussurro sofferente a dire e non dire dello strazio di quando avevano buttato all’aria cassapanche e ricordi, nella casetta della nonna da svuotare per disdire l’ormai inutile affitto.
“E che le dici? Lei li aveva accuditi bene i nonni, come gliela porti via? Tua padre disse vabbene, ma la voleva lui la statua”.
“Ma non ho capito perché la zia non la vuole più.”
“Mah, dice che deve pittare che s’è fatto l’umido sulla parete dietro.”
“E che l’umido lo fa la statua della madonna?”
“Quella statua è particolare, che ne sappiamo, là è... che devo dire, là non è il posto suo. Che se la tenevamo in questa casa forse a tuo padre non succedeva... Perché quella statua... sai...”
Spesso si finiva così, con la malattia di suo padre, e la telefonata diventava insostenibile, e il non detto premeva sul dicibile troppo perché si potesse andare avanti. Concetta scostò la cornetta della bocca e simulò una risposta a un inesistente richiamo: “Eh, vengo, sto arrivando...”
“Vai, vai, buona notte. Ci sentiamo domani. Salutami tutti, eh. Buonanotte. Ciao... ciao”
Le serate finiscono sempre che Concetta resta mezza storta in pigiama sulla poltroncina davanti alla televisione accesa, con gli occhi chiusi e un sonno troppo dolce a penetrarla, il migliore, perché è quello più suadente, anche se a quell’ora ci sono i programmi meno stupidi e chissà per chi li fanno.
Ai nonni non sarebbe mai successo di addormentarsi così, perché il loro televisore era sistemato in alto, su un carrello di vetro a rotelle, stava quasi sempre coperto da una tovaglietta a punto erba e non restava mai acceso a tempo indeterminato.
I nonni andavano a letto ancora svegli e si addormentavano alla luce tremolante dei lumini per i morti di casa e le lucette fioche davanti ai santini.
Forse mormoravano le preghiere come ultimo dovere della giornata, forse era il Rosario a chiudere loro gli occhi.
Era in quel silenzio sacro che il nonno l’aveva vista la madonnina: se ne scendeva dal suo piedistallo e se ne usciva dal portoncino, nelle strade pulite del paesino; poi all’alba tornava quatta quatta.
Papà rideva, mamma non sapeva per chi prendere le parti, la nonna lo redarguiva di tacere e di non far sentire ai bambini.
Concetta bambina ascoltava affascinata e mescolava magia, catechismo e infallibilità parentale in un pastrocchio dove tutto può essere e mai niente succede.
Perché se ne andava fuori di casa a fare i miracoli notturni quella madonnina di cartapesta, e la nonna, la nonna che le aveva pure fatto l’altarino, quei miracoli non se li meritava? Non avrebbe potuto restarsene nel suo angolino la statua di cartapesta a impedire che la nonna morisse troppo presto, demente e povera?
E il nonno uguale.
Concetta si andava addormentando in un risucchio irreversibile di membra scomposte e l’ultima cosa che le sembrò di vedere, con la testa abbandonata sul bracciolo, fu la ragazzotta a tette seminude che se ne usciva quatta quatta dallo schermo del televisore e se ne andava dalla porta di casa a zonzo per la città.
I letti dei ragazzi, poi, in mezzo ai libri e alle felpe abbandonate sui copriletti con una manica dentro e una fuori; quindi sotto i letti, fra qualche immancabile calzettone acquattato da giorni.
E il letto grande, che in qualunque altra casa era tempio inviolato di copriletto teso e qui invece era ring di cuscini reggicollo, computer di sbieco, libri, penne, appunti, un pettine, un elastico per capelli, un telefonino.
La trovò infine, stranamente ben riposta sulla sua base, e pigiò i numeri, il ritornello di beep che la separavano da Silvana; attese, visualizzando nella mente la cucina ordinatissima a chilometri troppi di distanza, e il silenzio prenotturno, che seguiva a un silenzio di un lungo pomeriggio, interrotto da una suoneria idiota, impostata da qualche nipote di passaggio, e tanto la nonna non avrebbe nemmeno provato a capire come poter riprogrammare una suoneria meno scema.
La conversazione cominciava con come stai, perché le potesse arrivare chiaro da subito il messaggio che anche quella seconda o terza telefonata della giornata non era, come tutto poteva far credere, un dovere, ma un volere: volere sapere le condizioni di salute di una mamma sola.
Concetta aveva scelto con cura questo attacco, preferendolo al più disinvolto come va, al più egocentrico sono io. Silvana sembrava reagire come previsto, perché il tono di voce indugiava un momento, compiaciuto, mentre si prendeva il lusso di cercare una risposta più articolata di un generico bene o non c’è male.
Spesso cominciava con insomma che scivolava su un due punti; si sentivano bene i due punti! Seguiva un sospiroso resoconto di dolori di testa, tossi scuotimembra, piedi gonfi, attacchi di diarrea ben descritti nell’insorgere e nell’esplosione finale, difficoltà alla vista.
A volte Concetta, al solo scopo di riempire la conversazione, faceva l’errore banale di proporre rimedi immediati che potessero arginare i disturbi: per esempio sciroppi sedativi che impedissero alla tosse di autoalimentarsi sfiancando i muscoli e turbando il riposo notturno; oppure brevi momenti di relax nel corso della giornata durante i quali stendere le gambe sulla poltrona; un intervento correttivo sul cuscino o sulla postura notturna, probabile causa dell’insorgere mattutino dei dolori di testa; la presa di coscienza di un intestino irritabile o di un inizio di colite su cui intervenire con una dieta mirata; un semplice paio di occhiali.
Allora Silvana ergeva una immediata difesa del suo diritto a stare male e liquidava con quattro parole la spropositata leggerezza dei rimedi proposti, al confronto della serietà dei malanni; accennava con un allusivo abbassarsi del tono ad altri mali, ancora più seri, come a far credere che per bontà d’animo evitasse di parlarne, per non gravare troppo sui sensi di colpa altrui. Quindi virava, come dozzinale performance recitativa, su un tu che mi racconti, volendo malcelatamente dire: cambiamo discorso che tanto siete tutti uguali e non potete capire la mia solitudine e il mio disagio di vecchia, ma tanto prima o poi ci arrivate anche voi e vedrete che significherà non aver dato esempio ai vostri figli di come non si lasciano soli i genitori anziani e pagherete tutto.
Nella seconda parte della telefonata toccava a Concetta, dunque, raccontare. L’esperienza aveva via via suggerito una buona specializzazione nella scelta delle cose da dire, al fine di ottenere il dosaggio migliore fra, da un lato, il filiale resoconto degli eventi fondamentali, e, dall’altro, la difesa dai giudizi ingombranti che Silvana buttava giù, alternandoli a espressioni del tipo forse sono io che sbaglio, sarà che sono diventata vecchia e mia madre nella sua ignoranza diceva che.
A volte, come questa volta, era il caso fortunato che fosse Silvana ad avere qualche episodio che impegnasse almeno cinque minuti, durata di minima decenza per una telefonata fra una madre e una figlia lontana anni e chilometri.
“Ma mamma” Concetta riprese in mano la cornetta, poiché la postura che la teneva in bilico fra collo e spalla e le consentiva di svuotare la lavastoviglie, cominciava a farle dolere i muscoli “io me la ricordo ingombrante sta’ statua, poi chissà quanto pesa”
“Pesa? Ma no... e che vuoi che pesa la cartapesta?”
La statua della madonna che la nonna materna teneva acconciata in un altarino adorno di fiori, nell’angolo d’onore delle due stanze in affitto al piano terra, era solo di cartapesta! Anche gesso le sarebbe sembrato più dignitoso!
Il pavimento della casetta di nonna era un mattonato freddo e scabro e i piedi si scaldavano sulla pedana di legno malandato del braciere; Concetta bambina nei pomeriggi di visita evitava di guardare più di tanto la madonnina troneggiante: se uno ci si fissava, quella faccia liscia con le gote dipinte un po’ di rosso, quelle manine appuntite al fondo di una apertura di braccia arrendevole, la finta postura e l’occhio pittato da bamboletta di scarso valore bastavano a rendere sinistramente fuori posto la statuina, fra il divanetto e la cassapanca.
La vita dei nonni, alla fine, era tutta in quella sala povera: dominavano la scena immagini di santi e madonne, cuori trafitti e volti di cristo, spade, gocce di sangue, raggi dorati, gesti severi, occhi sul vassoio e crocifissi a iosa.
Il quadretto ingiallito dei santi Cosimo e Damiano aveva un posto d’onore, perché la nonna diceva di averli incontrati personalmente, quella volta che aveva portato uno dei bambini in fin di vita al Pronto Soccorso e nessuno le dava retta, tranne quei due medici che erano apparsi all’improvviso in fondo al corridoio.
Poi la faccia del Cristo morente stampata scura scura: Concetta da piccola fissava a lungo l’occhio destro, cioè quello che si era chiuso e riaperto una volta che la nonna chiedeva una grazia, che Cristo ci pensasse un po’ lui e chissà se era per una malattia, un lavoro, un viaggio. Però con Concetta l’occhio se ne era stato immobile stampato.
“Ma dove la metti?” immaginava la madonnina farsi posto fra le pareti dell’appartamento di Silvana, adorne delle foto ufficiali dei figli in abito da sposi e una mescolanza di immagini piccole e grandi di nipoti bambini, in adorabili pose congelate di momenti fugaci di feste familiari.
“Non lo so; da qualche parte la metto. Tuo padre buonanima la voleva; l’aveva detto alla nonna: – quando muori fra centanni non voglio niente ma quella statua della madonna – poi quando è stato il momento se l’è presa zia Carla” e abbassava la voce in un sussurro sofferente a dire e non dire dello strazio di quando avevano buttato all’aria cassapanche e ricordi, nella casetta della nonna da svuotare per disdire l’ormai inutile affitto.
“E che le dici? Lei li aveva accuditi bene i nonni, come gliela porti via? Tua padre disse vabbene, ma la voleva lui la statua”.
“Ma non ho capito perché la zia non la vuole più.”
“Mah, dice che deve pittare che s’è fatto l’umido sulla parete dietro.”
“E che l’umido lo fa la statua della madonna?”
“Quella statua è particolare, che ne sappiamo, là è... che devo dire, là non è il posto suo. Che se la tenevamo in questa casa forse a tuo padre non succedeva... Perché quella statua... sai...”
Spesso si finiva così, con la malattia di suo padre, e la telefonata diventava insostenibile, e il non detto premeva sul dicibile troppo perché si potesse andare avanti. Concetta scostò la cornetta della bocca e simulò una risposta a un inesistente richiamo: “Eh, vengo, sto arrivando...”
“Vai, vai, buona notte. Ci sentiamo domani. Salutami tutti, eh. Buonanotte. Ciao... ciao”
Le serate finiscono sempre che Concetta resta mezza storta in pigiama sulla poltroncina davanti alla televisione accesa, con gli occhi chiusi e un sonno troppo dolce a penetrarla, il migliore, perché è quello più suadente, anche se a quell’ora ci sono i programmi meno stupidi e chissà per chi li fanno.
Ai nonni non sarebbe mai successo di addormentarsi così, perché il loro televisore era sistemato in alto, su un carrello di vetro a rotelle, stava quasi sempre coperto da una tovaglietta a punto erba e non restava mai acceso a tempo indeterminato.
I nonni andavano a letto ancora svegli e si addormentavano alla luce tremolante dei lumini per i morti di casa e le lucette fioche davanti ai santini.
Forse mormoravano le preghiere come ultimo dovere della giornata, forse era il Rosario a chiudere loro gli occhi.
Era in quel silenzio sacro che il nonno l’aveva vista la madonnina: se ne scendeva dal suo piedistallo e se ne usciva dal portoncino, nelle strade pulite del paesino; poi all’alba tornava quatta quatta.
Papà rideva, mamma non sapeva per chi prendere le parti, la nonna lo redarguiva di tacere e di non far sentire ai bambini.
Concetta bambina ascoltava affascinata e mescolava magia, catechismo e infallibilità parentale in un pastrocchio dove tutto può essere e mai niente succede.
Perché se ne andava fuori di casa a fare i miracoli notturni quella madonnina di cartapesta, e la nonna, la nonna che le aveva pure fatto l’altarino, quei miracoli non se li meritava? Non avrebbe potuto restarsene nel suo angolino la statua di cartapesta a impedire che la nonna morisse troppo presto, demente e povera?
E il nonno uguale.
Concetta si andava addormentando in un risucchio irreversibile di membra scomposte e l’ultima cosa che le sembrò di vedere, con la testa abbandonata sul bracciolo, fu la ragazzotta a tette seminude che se ne usciva quatta quatta dallo schermo del televisore e se ne andava dalla porta di casa a zonzo per la città.
mercoledì 28 ottobre 2009
chi ha ucciso sarah? di andrej longo
Ingredienti da giallo classico, e pure in ordine canonico: c’è un morto; c’è un luogo del delitto sul quale tornare e ritornare; c’è la sfilata dei possibili imputati da mettere a turno sotto il riflettore e poi scartare, alibi dopo alibi; c’è la coppia solita di investigatori: il vecchio e il giovane, ossia il saggio e l’ingenuo, ovvero l’uomo dal passato ferito e il pivello che ci mette ancora il cuore.
E c’è la città, questa volta è Napoli, ma ognuna c’ha la sua; nei successi gialloseriali dell’ultimo decennio ormai il dialetto e i vizi del luogo fanno a gara con il “commissario” per chi è il vero protagonista.
Ma forse è questo il punto: che qua non c’è macchietta, non c’è vezzo, non c’è campanilismo. Lo sfondo è una città malinconica e stracciona, i rubinetti gocciolano a fatica e il caldo dissecca qualunque sentimento.
E l’io narrante non sa nulla, fotografa, ci riporta gli eventi piccoli piccoli, così come accadono, dei gesti e delle parole fa una cronaca scarna come se raccontasse a un amico ragazzo; la lingua incespica negli errori di un parlato popolano semidialettale, ma non fa fatica a farsi capire.
Così la lettura diventa agile, spontanea e gli occhi perduti di Sarah ti restano impressi come se nel cortile del palazzo bene l’avessi trovata tu stesso.
Delicato.
E c’è la città, questa volta è Napoli, ma ognuna c’ha la sua; nei successi gialloseriali dell’ultimo decennio ormai il dialetto e i vizi del luogo fanno a gara con il “commissario” per chi è il vero protagonista.
Ma forse è questo il punto: che qua non c’è macchietta, non c’è vezzo, non c’è campanilismo. Lo sfondo è una città malinconica e stracciona, i rubinetti gocciolano a fatica e il caldo dissecca qualunque sentimento.
E l’io narrante non sa nulla, fotografa, ci riporta gli eventi piccoli piccoli, così come accadono, dei gesti e delle parole fa una cronaca scarna come se raccontasse a un amico ragazzo; la lingua incespica negli errori di un parlato popolano semidialettale, ma non fa fatica a farsi capire.
Così la lettura diventa agile, spontanea e gli occhi perduti di Sarah ti restano impressi come se nel cortile del palazzo bene l’avessi trovata tu stesso.
Delicato.
giovedì 22 ottobre 2009
Pausa caffè di Giorgio Falco
Giorgio Falco è un discepolo di Aldo Nove? Si può dire discepolo? Non ho idea di che rapporto intercorra fra i due, però penso che chi, come me, ha amato Woobinda e Amore mio infinito per esempio, continui a sentirne gli echi per tutta la lettura di Pausa caffè.
Pausa caffé è un puzzle disordinato e coloratissimo di pezzi di vita grama, di miserie, di lavori squallidi, di contemporaneità becera e autoreferenziale, di ottusità postcapitalistica, di deriva consumistica che diventa una filosofia di vita anche per chi non ha i soldi per consumare ma ingloba comunque i precetti del brand.
Forse un po’ lungo: capito il messaggio, alcune parti potevano essere sfrondate, ripulite senza danno; cioè il libro sembra il materiale grezzo sul quale costruire più che il punto di arrivo letterario che su quella materia riesce a ottenere passaggi di sublime lirismo (vedi Aldo Nove, appunto). Però merita un giudizio molto positivo, dove si pensi che il romanzo debba descrivere un’epoca: Pausa caffè ci riesce bene, riesce a farti sentire a disagio, in colpa per aver lasciato che tutto questo succedesse.
Pausa caffé è un puzzle disordinato e coloratissimo di pezzi di vita grama, di miserie, di lavori squallidi, di contemporaneità becera e autoreferenziale, di ottusità postcapitalistica, di deriva consumistica che diventa una filosofia di vita anche per chi non ha i soldi per consumare ma ingloba comunque i precetti del brand.
Forse un po’ lungo: capito il messaggio, alcune parti potevano essere sfrondate, ripulite senza danno; cioè il libro sembra il materiale grezzo sul quale costruire più che il punto di arrivo letterario che su quella materia riesce a ottenere passaggi di sublime lirismo (vedi Aldo Nove, appunto). Però merita un giudizio molto positivo, dove si pensi che il romanzo debba descrivere un’epoca: Pausa caffè ci riesce bene, riesce a farti sentire a disagio, in colpa per aver lasciato che tutto questo succedesse.
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